ZONE DI CONFINE di Iacopo Adami
Recensione del libro Racconti dal mondo di AA.VV., illustrato da Valentina Villa
Una raccolta di racconti che potrebbe essere paragonata a un bellissimo album musicale, o
meglio, un concept album. Sì, perché, nonostante le storie che la compongono siano
provenienti altrettante regioni del mondo, elaborate da scrittori e scrittrici molto diversi tra di
loro per stile, esperienze e contenuti, si percepisce alla base della scelta editoriale un’unica
sensibilità – quella dell’illustratrice Valentina Villa – la quale ha selezionato i racconti in virtù
della loro aderenza a una Weltanschauung ben precisa. Per citare le sue stesse parole: “[…]
sono storie che parlano di trasformazione, di ricordi, di passaggio, di contrapposizione tra la
vita e la morte, di paura e di speranza” (1). Storie che descrivono, dunque, zone di confine e,
pur mantenendo linguaggi e stilemi tipici del tempo e del luogo di origine, forse proprio per
questo riescono nella problematica impresa di risalire dal particolare all’universale, senza che
ciò implichi una loro ‘volatilizzazione’ nel campo dell’astratto. La materia, i colori, la carne, tutti
gli elementi concreti da cui prende vita la narrativa come forma d’arte capace di descrivere
l’Essere in divenire, restano gli irriducibili depositari di qualsiasi significato realmente umano –
le sue ‘cerniere di trasmissione’.
In Pienezza di vita di Edith Wharton, scrittrice statunitense vissuta tra il 1862 e il 1937, la
protagonista – sorta di madame Bovary in salsa newyorkese – dopo essersi suicidata per
sfuggire al tedio esistenziale di un matrimonio infelice con un uomo banale, si ritrova nell’aldilà
al cospetto dello Spirito della Vita, il quale le permette di incontrare finalmente la sua anima
gemella. Senonché l’idea di trascorrere l’eternità con un individuo del genere, così simile a lei,
troppo simile, addirittura identico, dopo l’entusiasmo iniziale, finisce per sgomentarla. La
narratrice si accorge che le manca suo marito e, in particolare, tutte quelle cose di lui che la
indisponevano – il fatto che sbattesse le porte, per esempio, o lo scricchiolio dei suoi stivali.
Decide allora di attenderlo sulla soglia dell’oltretomba, abbandonando così definitivamente la
possibilità di stare con la propria anima gemella. Una scelta ambigua che potrebbe essere
interpretata in due modi opposti: da una parte, come il prodotto di una mente femminile
ancora succube, la quale non riesce a emanciparsi dalla cultura patriarcale nemmeno
attraverso la morte; dall’altra, come accettazione dell’imperfezione in quanto componente
essenziale dell’esperienza umana, unico ambito in cui può trovarsi un’effettiva pienezza di vita,
in contrasto con le asettiche – seppur scintillanti – lusinghe dell’iperuranio platonico. Per citare
Leonard Cohen: “C’è una crepa in ogni cosa; è da lì che filtra la luce” (2).
I turaniani di Arthur Machen, scrittore gallese vissuto tra il 1863 e il 1947, descrive il
passaggio dall’infanzia all’età adulta di Mary, protagonista del racconto, la quale, come il
narratore maschile nella canzone Sally di Fabrizio De André, decide di avventurarsi nel bosco,
dove gli zingari hanno piantato il loro accampamento. Numerose le dicotomie evocate dalla
storia: quella tra natura e cultura in primis, ma anche tra libertà e convenzioni sociali, poesia e
prosa della vita, con il bosco e gli zingari a rappresentare rispettivamente il primo termine, il
villaggio in cui Mary abita con la madre – la quale, oltre a mostrarsi preoccupata per il
linguaggio fortemente espressivo della figlia, vorrebbe sposarla a un grigio avvocato – il
secondo. Proprio nel bosco Mary avrà la sua prima esperienza sessuale con un giovane
dell’accampamento in una sorta di rito iniziatico che le permetterà di tornare a casa con una
nuova consapevolezza di sé, rappresentata, sul piano simbolico, da una pietra verde, regalatale
dallo zingaro come pegno d’amore.
Il ciliegio del sedicesimo giorno di Lafcadio Hearn, scrittore giapponese vissuto tra il 1850 e il
1904, per quanto estremamente distante all’apparenza dal racconto di Edith Wharton, gioca, in
realtà, sullo stesso tema, presentando al lettore la storia, dipinta con i colori della leggenda, di
un anziano samurai, il quale, disperato per la morte del ciliegio sotto cui giocava da bambino,
decide di praticare il rito del migwari ni tatsu – letteralmente: agire in sostituzione – che
permette il passaggio della propria vita a un altro. Da allora il suo fantasma abita il corpo
dell’albero, il quale fiorisce ogni 16 gennaio, lo stesso giorno in cui il vecchio guerriero aveva
compiuto il sacrificio di sé. Egli, infatti, non poteva accontentarsi dell’altro ciliegio che dei vicini
gentili avevano piantato per lui nel suo giardino, sperando così di confortarlo. Come nel caso
della Wharton, un principio di fedeltà è alla base della scelta del protagonista. La decisione (dal
latino decidĕre: tagliare via, recidere) si pone così come quel momento in cui l’Essere in
potenza ‘precipita’ nell’Essere in atto: l’infinito che si fa finito, il Verbo che si fa carne. Allo
stesso modo, il samurai che diventa l’albero da egli amato risponde simbolicamente alla
domanda su chi siamo veramente: ciò a cui abbiamo scelto di essere fedeli.
Il circo all’alba di Thomas Wolfe, scrittore statunitense vissuto tra il 1900 e il 1938, è un inno
alla gioia intonato da due bambini – il narratore e suo fratello – entusiasmati dall’arrivo del
circo in paese, ciò che, sul piano simbolico, rappresenta l’irruzione del mondo straordinario
nella sfera del mondo ordinario. Lo stile barocco di Wolfe, addirittura shakesperiano per la
potenza delle immagini evocate, è, in questo caso, al servizio dello sguardo incantato
dell’infanzia, ancora capace di cogliere la magia della vita in un’atmosfera proto-felliniana,
dove elefanti, acrobati, uomini forzuti sfilano tra il rumore di pali conficcati nel terreno, le
risate sguaiate di due uomini di colore, il profumo del caffè appena cucinato – e la fame fisica
che coglie i due bambini alla fine è espressione diretta di un’ancora più sentita fame
esistenziale.
Heilin profumava di resina di Suzan Samanci, scrittrice curda nata nel 1962 nella provincia
turca di Diyarbakir e tuttora in vita, affronta il tema della guerra e della persecuzione del suo
popolo, attraverso la storia di due innamorati costretti a vivere separati l’uno dall’altra: in città
lui, in campagna lei. Gran parte del racconto si sviluppa sulle descrizioni bucoliche
dell’ambiente in cui Heilin ha trovato lavoro come medico in un villaggio. Ma questa sorta di
Eden perduto reca in sé un nocciolo di morte, corruzione, precarietà, rappresentato
simbolicamente dalle assi di legno marce dei gradini che conducono nell’appartamento della
ragazza. Appunto qui il narratore, giunto in visita da Heilin per pochi giorni, si fermerà qualche
istante a ricordare “i cani possenti e ben addestrati delle squadre speciali, durante gli anni di
scuola” – unico riferimento diretto alla guerra presente nel racconto, il quale, proprio per la sua
capacità di evocare sullo sfondo gli eventi drammatici che hanno travolto le esistenze dei due
protagonisti, risulta tanto più struggente e raffinato.
Il becchino di Henry Lawson, scrittore australiano vissuto tra il 1867 e il 1922, fa pensare a
una ballata di Nick Cave, suo compatriota, carica di elementi perturbanti. La natura matrigna
del bush – termine che designa la prateria e la boscaglia, l’ambiente ‘selvaggio’ in
contrapposizione a quello civilizzato e urbano nell’ex colonia britannica – fa da cornice alle
vicende di un pastore, il quale, dopo aver profanato la tomba di un aborigeno, si carica sulle
spalle un altro cadavere incontrato lungo il percorso verso casa, quello di un inglese suo
conoscente, mummificato dal grande calore. L’idea è di dargli una degna sepoltura, laddove le
ossa dell’aborigeno erano state, invece, tolte dalla terra – un chiaro rimando simbolico al tema
del colonialismo. Eppure Lawson sembra volerci dire qualcosa di più. Non solo il tema
universale della solitudine dell’Uomo di fronte alla morte fa capolino tra le righe di questo
racconto: molteplici sono anche le suggestioni bibliche. L’iguana nera che segue il pastore fino
a casa con l’intenzione di proseguire il suo ‘banchetto’ con il cadavere dell’inglese, oltre a
rappresentare un generico principio distruttore, collegato alla sfera del Thanatos, potrebbe
avere la stessa valenza del serpente nella Genesi. Allora il pastore, il quale uccide l’iguana con
un colpo di fucile, in base a questa interpretazione, si porrebbe quale figura cristologica –
pastore di anime – in grado di opporsi al male e alla morte: “Io sono la risurrezione e la vita;
chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno.
Credi tu questo?” (3).
La luce dell’abisso di Zhaxi Dawa, scrittore tibetano nato nel 1959 e tuttora in vita, è
sicuramente il racconto più onirico della raccolta. Proprio come accade nei sogni, una serie di
elementi impossibili e surreali fa il suo ingresso nella storia con la più grande disinvoltura:
nemmeno una volta si è portati a mettere in dubbio la realtà di tali elementi, il loro
insindacabile diritto a esistere. Improvvisato psicologo, il lettore si ritrova spinto a indovinare
la matrice freudiana di un simile sogno – forse la mancata partecipazione al funerale della sua
amante da parte del protagonista. Il ferimento accidentale di un bellissimo cavallo, la morte del
‘signor professore’ – simbolo di potere, nonché centro morale dello spazio psichico – ucciso
dall’ombra del narratore, e il conseguente arresto di quest’ultimo risulterebbero così
l’oggettivazione dei sensi di colpa che attanagliano il Nostro. Ma quanto esposto qui è solo uno
dei possibili approcci da adottare nell’analisi di un testo che resta estremamente stratificato,
aperto a molteplici interpretazioni.
Chiude la raccolta uno dei racconti più belli di Anton Čechov (1860-1904) e della letteratura
russa in generale: Lo studente. Qui il percorso del protagonista – lo studente del titolo – nella
steppa gelata si fa metafora del cammino dell’intera umanità nel corso della Storia. Tre fasi lo
contraddistinguono: l’afflizione iniziale del narratore, rappresentata, sul piano simbolico, dal
freddo e dall’oscurità dell’ambiente circostante; l’incontro con due donne, madre e figlia,
attorno a un fuoco – già simbolo di speranza – presso gli orti delle vedove; l’epifania finale, la
quale coincide significativamente con il sorgere del sole, quando la vita appare allo studente
colma di un alto significato. L’episodio biblico di Pietro che rinnega Gesù per tre volte nel
giardino dei Getsemani costituisce la sorgente di tale epifania e il ‘centro gravitazionale’
dell’opera. Esso si inscrive nella narrazione – un vero e proprio racconto nel racconto – nel
momento in cui lo studente lo richiama alla memoria delle due donne, le quali si commuovono
al pensiero di ciò che l’apostolo avesse dovuto provare diciannove secoli prima: le stesse
emozioni avvertite adesso da loro. Dimodoché è l’eternità a manifestarsi nella Storia in un
processo di natura opposta – ma non contrastante, piuttosto ambivalente – a quello descritto
nel testo di Lafcadio Hearn: l’Essere in potenza che si rivela nell’Essere in atto, il Verbo nella
carne, l’infinito nel finito.
Le splendide illustrazioni di Valentina Villa, giocate spesso sull’utilizzo di colori complementari,
come nel caso di Pienezza di vita, oppure sull’effetto catartico della luce – vedi Il circo all’alba
– o la potenza evocativa del chiaroscuro caravaggesco ne Lo studente, impreziosiscono questo
gioiellino da custodire gelosamente sullo scaffale della propria libreria e – perché no? – tornare
ogni tanto a sfogliare in modo da ritagliarsi qualche varco di bellezza oltre i recinti avvilenti dei
luoghi comuni.
(1) Dall’introduzione al libro Racconti dal mondo a cura di Valentina Villa
(2) Dalla canzone Anthem di Leonard Cohen: “There is a crack, a crack in everything / That’s
how the light gets in”
(3) Citazione estrapolata dal vangelo di Giovanni